Alcuni anni dopo la morte di Socrate, il retore Policrate lanciò una puntuale, durissima accusa contro Socrate, intesa non tanto contro la memoria di lui, quanto piuttosto a colpire e smentire Platone e gli alfri Socratici impegnati in una difesa ad oltranza di Socrate e di se stessi.
Noi abbiamo già visto come Aristofane, 24 anni prima dell’accusa giurata di Anito, Meleto e Licone avesse presentato sulla scena un Socrate sofista, maestro dell’arte dei discorsi. E la rappresentazione aristofanea doveva contribuire a fissare un’immagine attinta alle piazze ed ai trivi di Atene certo già viva nell’immaginario collettivo: un’immagine di Socrate, cioè, maestro dell’arte di aver comunque ragione con discorsi capziosi nei tribunali e nelle assemblee politiche e corruttore di quei giovani oziosi, figli delle famiglie più ricche, che quotidianamente lo frequentavano.
L’accusa giudiziaria tenne certamente conto della voce pubblica e, soprattutto, tenne conto dei cattivi risultati dei quali l’insegnamento socratico era ritenuto responsabile. Lo dimostrava, del resto, la condotta di uomini dissoluti e violenti che erano stati amici o discepoli di Socrate, quali Alcibiade, Crizia e Carmide tra i tanti, nessuno dei quali si era segnalato per i servizi resi alla patria democratica, come lo stesso Senofonte, la cui condotta aveva fatto più danni alla causa socratica di quanti i suoi scritti non fossero riusciti a giovarle.
Sennonché, della condotta di quei primi discepoli, non era lecito far colpa a Socrate. E questo perché, tornata la democrazia in Atene, l’Arconte Euclide prescrisse, con una speciale amnistia ‘l’oblio del passato’ o, come diremmo oggi, concedeva il condono dei reati commessi prima del 403, abolendo insieme tutti i decreti emessi durante la guerra ed in ragione dello stato di guerra. Se, perciò, non fu fatto parola in tribunale di quegli amici o discepoli di Socrate che avevano combattuto la patria in armi o ne avevano soffocata la libertà, Platone, nell’autodifesa messa in bocca a Socrate, non ne fa nemmeno il nome.
Ma quando Platone sferrò il primo durissimo attacco contro retori e sofisti e, insieme, all’odiato governo di popolo che concede a tutti, competenti o no, libertà di parola in assemblea, il retore Policrate reagì con forza opponendo alla Apologia di Socrate, una contraria Accusa di Socrate che, lanciata fuori del tribunale e al di fuori dei termini dell’amnistia di Euclide, poteva dire e disse tutto quello che non solo i retori come lui pensavano di Socrate e dei suoi discepoli della prima generazione, come Senofonte, Alcibiade, Crizia e Carmide, ma anche di quelli della seconda generazione, quali Platone e gli altri socratici nominati nell’Apologia, nonché quello che di loro pensava e diceva la gente.
Non è un caso, del resto, se, dopo la morte di Socrate, Platone ‘e gli altri socratici’ decisero di abbandonare la Città e rifugiarsi a Mègara per sottrarsi all’odio popolare; odio alimentato e rafforzato dalla sentenza del tribunale che autorizzava a vedere in loro i giovani corrotti da Socrate, responsabili, per altro, di non aver voluto o saputo sottrarre Socrate alla sua condanna.
Della Kategorìa di Policrate non si è conservato, purtroppo, il testo integrale, segno evidente del poco credito che nei secoli ha goduto lo scritto antisocratico, e i pochi frammenti che possediamo ci sono pervenuti con il I e il II libro dei Memorabili di Senofonte e la I Orazione di Libanio , evidente scritto di scuola composto molti secoli dopo, nel 350 circa dopo Cristo. Si tratta, dunque, di due scritti di evidenti finalità apologetiche che hanno contribuito a screditare e a far dimenticare il pamphlet di Policrate. Dai pochi frammenti che è dato trovare in Senofonte e in Libanio è possibile, tuttavia, se non ricostruire, almeno cogliere i motivi principali di accusa opposti da Policrate all’Apologia di Platone e agli altri scritti encomiastici messi in circolazione dai socratici dopo la morte di Socrate.
E tanto basta a fare della ‘Accusa’ di Policrate un documento imprescindibile, e tuttavia ignorato o trascurato ai fini di una interpretazione socratica perché essa riflette in negativo l’altra faccia del Socrate cittadino ateniese accusato processato e condannato per empietà e corruzione dei giovani, celebrato da Platone e dagli altri socratici; l’opinione, in altre parole, che la gente o la grande maggioranza degli Ateniesi si era fatta di Socrate e dei giovani delle migliori famiglie che lo avevano frequentato.
Escludere, come sempre è stato fatto, la Kategoria di Policrate dal novero delle fonti socratiche, ed escluderla unitamente alle Nuvole di Aristofane e all’atto giudiziario di accusa, dimenticato come testimonianza di 500 cittadini ateniesi contemporanei e testimoni dell’attività socratica, per limitarsi agli scritti apologetici di Platone e di Senofonte, ricorrendo talora per conferma alle discutibilissime riflessioni di Aristotele, storico infedele, è stato causa di gravi fraintendimenti dell’opera del maestro ateniese e, in definitiva; del fallimento nel quale hanno praticamente concluso due secoli e più di studi e di ricerche socratiche.
Ecco qui di seguito la traduzione dei brani della Kategorìa Socràtous di Policrate citati da Senofonte e da Libanio. Notiamo che la accusa fu scritta nel tono e nello stile di quella che avrebbe potuto pronunziare Anito in tribunale, donde il carattere oratorio e fittizio dello scritto policrateo, che non per questo perde il suo valore di imprescindibile documento socratico.
Policrate, L’Accusa contro Socrate ap. Senofonte, Memorabili, I, 9 ss.
‘Perdio, diceva l’accusatore, Socrate istiga i giovani che lo frequentano a disprezzare le leggi vigenti dello Stato, dicendo che è pazzesco che si eleggano a sorte i governanti della Città, mentre nessuno si sognerebbe di mettersi nelle mani di un pilota di navi o di un costruttore di case o anche di un suonatore di flauto eletto a sorte, né ad alcun altro scelto a caso in attività di questo tipo che pur produrrebbero danni assai minori che potrebbero produrre nel governo della Città. Discorsi di questo genere, diceva l’accusatore, inducono i giovani a disprezzare la costituzione vigente e a diventare violenti. [...] E difatti, continuava l’accusatore, Crizia e Alcibiade, che avevano frequentato Socrate, hanno causato danni gravissimi alla Città; Crizia fu il più ladro, il più violento e il più sanguinano di tutti gli oligarchici e Alcibiade fu a sua volta il più sfrenato, il più tracotante di tutti i democratici. [...] Socrate, diceva inoltre l’accusatore, insegna ai figli a non curarsi dell’autorità paterna, persuadendo quelli che lo frequentano che lui li avrebbe resi più saggi di quanto avrebbe saputo fare il padre, dicendo che, a norma di legge, è anche possibile mettere in catene il genitore se lo si facesse dichiarare incapace; e si serviva di simili argomenti per provare che la legge consentiva acché il più saggio mandasse in prigione il più stolto. [...]
Ma, continuava l’accusatore, non solo i padri, Socrate insegnava a screditare agli occhi dei suoi amici, ma anche gli altri familiari dicendo loro che quando si è malati o si è trascinati in un processo, i parenti non servono a niente, mentre servono ai malati i medici e agli indiziati di reato gli avvocati. Diceva anche l’accusatore che Socrate, a proposito degli amici, diceva che del loro affetto non sappiamo che farci se non può esserci utile, mentre meritano tutta la nostra stima quelli che sanno ciò che debbono sapere e sanno all’occorrenza insegnarlo agli altri, facendo così credere ai giovani che lo frequentavano che solo lui era sapiente e capace di renderli sapienti, inducendoli a considerare gli altri men che niente al suo confronto. [...]
Diceva ancora l’accusatore che, scegliendo i versi peggiori dei maggiori poeti, Socrate se ne serviva come testimonianze per educare i giovani ad essere violenti e dispotici. [...] Diceva anche l’accusatore che persino dei versi di Omero spesso si serviva Socrate, dove, per esempio, dice di Ulisse:
‘E quanti ei trova, o duci o re, li ferma
con parlar lusinghiero e: che fai, dice,
valoroso campione? A te dei vili
disconviene la paura. Or via, ti resta;
pregoti, e gli altri fa restar [...]
S’uom poi vedea del volgo, e lo cogliea
vociferante, collo scettro il dorso
batteagli, e: taci, gli garria severo.
Taci tu, tristo, e i più prestanti ascolta,
tu, codardo, tu imbelle e nei consigli
nullo e nell’armi’
(Iliade, vv. 246-250; vv. 258-263. Trad. di V. Monti
Libanio, Declamazione I - Apologia di Socrate.
[Socrate] odia la democrazia [...] odia il popolo [...] e fa che quelli che lo frequentano disprezzino la democrazia [...] e si adoprino a cambiare la costituzione vigente [...] Lo chiamano sofista [...] ed è nemico
del popolo [...] E un buono a nulla ed è schernito dai commediografi. [...]
maestro di tiranni [...] ha incitato i suoi discepoli a sovvertire le leggi vigenti.
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lunedì 16 marzo 2009
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